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LE MAQUILADORAS:
LA LORO MARCIA SFRUTTATRICE VERSO IL SUD

Coordinamento Regionale di Los Altos de Chiapas

Una parte integrante del PPP è un progetto denominato "Marcia Verso il Sud" che vuole creare tutte le condizioni necessarie (di lavoro e di infrastrutture) per installare nel sudest del Messico, come pure in tutta l'America Centrale, diversi corridoi per l'industria maquiladora transnazionale.

L'installazione di impianti di maquiladoras ha almeno tre obiettivi visibili: essere l'amo affinché i contadini abbocchino all'invito ad abbandonare le loro terre, permettere lo sfruttamento di un'abbondante mano d'opera a basso costo, risolvere - in parte - il problema statunitense del surplus dei lavoratori sprovvisti di documenti che emigrano dal Messico e dall'America Centrale.

Ma la questione delle maquiladoras ha molti altri aspetti insidiosi. Fox e la classe imprenditoriale demagogicamente profetizzano che risolveranno la mancanza di lavoro nella regione. Mentre la vera ragione, quella di fondo, è che faranno parte di un progetto di sfruttamento di massa di esseri umani - profondamente antidemocratico e attentatore della sovranità di tutti i paesi coinvolti.

Maggiore sarà il numero dei contadini che entrerà nelle maquiladoras, più ardua diventerà la competitività tra loro stessi per ottenere l'agognato impiego, provocando una pressione per l'abbassamento dei salari e l'aumento delle ore di lavoro giornaliere.

Le maquiladoras presentano il grande vantaggio di poter, in qualsiasi momento, essere spostate facilmente in altri luoghi che diventino per loro più invitanti. Per corromperle e fare in modo che si stabiliscano nel loro paese, i governi sussidiano le transnazionali attraverso le esenzioni fiscali e doganali, mentre obbligano i popoli a pagare per le massicce infrastrutture che queste richiedono. Tutto questo offrirà alle transnazionali enormi dividendi, mentre ai governi dei nostri paesi permetterà di creare una cortina di fumo basandosi su cifre macroeconomiche con le quali occultare l'impoverimento massiccio ed accelerato di tutta la popolazione che vive nella regione. Il risultato, misurando l'economia nazionale come un tutto unico, senza precisare la situazione delle classi più deboli, sarà il mascheramento perfetto per giustificare il "successo" del Piano Puebla Panama. Così è successo alla frontiera nord del Messico dove sono stati installati migliaia di impianti di maquiladoras transnazionali con il Trattato di Libero Commercio dell'America del Nord (TLCAN o NAFTA).

Analizzando il modo di operare di queste maquiladoras, troviamo che si prendono il lusso di licenziare chiunque intenda organizzare e/o lottare per migliorare le condizioni di lavoro, stilando una "lista nera" che circola tra le maquiladoras in modo che queste persone non possano più essere assunte da nessuna parte. L'obiettivo è la creazione di una riserva di lavoratori e lavoratrici docili.

Di fatto, si presentano una serie di fenomeni sociali sfavorevoli proprio per la presenza delle maquiladoras che, ovviamente, vengono occultati da chi vuole imporci il Piano Puebla Panama. Queste problematiche, che saranno dettagliate in seguito, saranno ancora più gravi in questa regione in cui il contesto socio-culturale è prevalentemente indigeno e contadino:

  • Nelle maquiladoras la maggioranza dei lavoratori sono donne, comprese le minorenni, perché in questa società capitalista e patriarcale la loro mano d'opera è più conveniente di quella degli uomini. Così, tra le donne e le bambine si rileva il maggior indice di sfruttamento, oltre alla molestia sessuale.
  • Il fenomeno delle maquiladoras provoca inevitabilmente l'emigrazione dalle comunità e dai piccoli villaggi verso i centri maquileros. Spesso arrivano donne e uomini soli che hanno lasciato le loro famiglie con la conseguente rottura della struttura famigliare e del tessuto comunitario, generando una serie di problemi sociali nei loro luoghi d'origine.
  • A causa del sistema di produzione nelle maquiladoras, basato su un lavoro ripetitivo, semplice e monotono, si genera tra gli operai una tale frustrazione che frequentemente ricorrono all'alcol o alle droghe. Per questo proliferano le taverne ed i postriboli, dove lasciano gran parte del poco che guadagnano.
  • Di fronte a questo quadro di decomposizione sociale, l'AIDS, la delinquenza e la violenza sono elementi che si proiettano in cifre molto elevate.

Per ultimo, è evidente che con il Piano Puebla Panama arriverebbero nelle maquiladoras del sud del Messico non solo indigeni e contadini messicani, ma anche quelli dei paesi fratelli dell'America Centrale, dove la povertà è ancor più alta che in Messico.

Questo provocherebbe una feroce competizione per i posti di lavoro che si tradurrebbe in una pressione verso l'abbassamento dei salari. Inevitabilmente tutto ciò genererebbe atteggiamenti ostili e xenofobi verso "gli immigrati stranieri che vengono a rubare i nostri posti di lavoro", fattore che impedirà la loro unione come classe lavoratrice ugualmente sfruttata.

Coordinamento Regionale de Los Altos de Chiapas della Società Civile in Resistenza, coordaltos@laneta.apc.org


L'EREDITÀ TOSSICA DELLE MAQUILADORAS

I difensori del PPP affermano che l'obiettivo primario di questo piano è il miglioramento della qualità della vita dei 64 milioni di persone che abitano la regione. Il modo principale per raggiungere questo scopo consisterebbe nella creazione di nuovi posti di lavoro a basso salario attraverso l'insediamento e lo sviluppo di maquiladoras (industrie di assemblaggio industriale) dal nord del Messico verso il sud, in tutta l'America Centrale.

Nonostante che i sostenitori del PPP assicurino che l'industria maquiladora migliorerà la qualità della vita dei cittadini, 37 anni di esperienza con le industrie di assemblaggio nel nord del Messico dimostrano il contrario.

Queste industrie hanno lasciato un'eredità raccapricciante di acqua contaminata di color verdastro, senza nessuna forma di vita. Le tossine disperse hanno provocato la nascita di bambini senza cervello, un incremento dei casi di cancro, alterazioni nell'apparato riproduttivo e un aumento dei casi di asma.

Queste sono le conseguenze dirette e inevitabili dell'alta concentrazione - vicino a zone densamente abitate - di installazioni industriali, che producono e utilizzano sostanze altamente tossiche, senza alcuna regolamentazione né sanzioni né la necessità di rispondere delle conseguenze causate.

La varietà di sostanze tossiche cui sono esposti gli operai di questi impianti, che cambiano spesso tipo di lavoro o si spostano da un'industria all'altra, senza nessun tipo di controllo sulla sicurezza della salute e senza neanche avere una formazione adeguata, può provocare un ampio spettro di diversi sintomi, tanto da poter parlare dell'esistenza di una "sindrome del lavoratore della maquiladora".

Uno studio dell'American Journal of Industrial Medicine del 1998 segnala che il 41% degli operai delle maquiladoras maneggia giornalmente materiale chimico. Questi lavoratori soffrono con frequenza di mal di testa, affaticamento, depressione, dolori al petto, insonnia, perdita della memoria, dolori di stomaco, nausea, vertigini e perdita di sensibilità alle estremità.

I materiali pericolosi che si utilizzano nelle maquiladoras - dell'industria tessile, delle automobili, chimica e di componenti elettronici - vanno dai solventi agli acidi, dalle sostanze alcaline ad altri materiali pesanti. Sebbene le maquiladoras generino una enorme quantità di scorie tossiche, esistono pochi dati sul modo in cui si eliminano, a causa della quasi nulla regolamentazione esistente e al poco interesse ad attuarla.

L'espressione più grave di questa tossicità si manifesta nell'acqua, nella sua distribuzione e nei sistemi di trattamento dell'acqua residua delle lavorazioni. Le fabbriche rilasciano residui come arsenico e piombo direttamente nella rete di scarico urbano, da dove arrivano ai sistemi di trattamento delle acque mescolati con gli scarichi delle zone abitative. Ma dato che i sistemi di trattamento sono strutture atte al solo trattamento dei rifiuti "domestici", completamente inadatte per questo tipo di scarti industriali, questi vanno a riversarsi nei fiumi e nel mare. L'impatto della contaminazione nella catena alimentare è stato devastante per i pesci e la fauna selvatica. Se dovesse succedere tutto questo in zone ecologiche ancor più delicate, come quelle tropicali, potrebbe solo avere effetti ancor peggiori.

Tutti i paesi inseriti nel PPP sono privi di organismi governativi e delle risorse economiche necessarie per sviluppare adeguatamente programmi di sicurezza e di vigilanza ambientale che permettano di ripulire il territorio dalle discariche abusive e di attuare piani d'emergenza. Nessuno di questi paesi possiede un registro dei rifiuti pericolosi e non ci sono leggi che impongano alle industrie di rendere pubblica l'informazione sulla tossicità delle sue lavorazioni. Non esiste una struttura politica capace di obbligare chi produce i residui a pagare per la loro depurazione.

Chi andrà a pulire questa spazzatura velenosa e con che denaro?

È allarmante che i promotori del PPP non abbiano alcuna risposta.

Adrian Boutureira, CIS-DC Zapatistas (EEUU) - Committee of Indigenous Solidarietà - DC - Zapatistas, 3009 Military Rd. NW - Washington, DC 20015 EEUU, cisdc@zzapp.org


PETROLIO: LE COMPAGNIE PETROLIFERE AFFILANO I LORO ARTIGLI
Sarah Aird, NISGUA (EEUU), Adrian Boutureira, CIS-DC Zapatistas (EEUU)

Per far fronte alla cronica instabilità politica del Medio Oriente, gli interessi strategici delle industrie petrolifere degli Stati Uniti cercano da anni di trovare fonti di petrolio greggio vicine a casa, sicure e difendibili militarmente.

Una strategia molto recente e fondamentale rispetto a questo obiettivo è quella di creare un blocco energetico nell'area dell'ALCA che include i programmi PPP e Plan Colombia.

Un aumento degli investimenti imprenditoriali, come proposto nel PPP, incrementerebbe quasi immediatamente la produzione di petrolio e la sua disponibilità per gli USA, grazie al petrolio del Messico e dell'America Centrale e grazie alle abbondanti risorse petrolifere del Venezuela.

Attualmente gli USA utilizzano 19,5 milioni di barili di greggio al giorno. Il 60% arriva dalle importazioni: circa 11,5 milioni di barili. Di questi circa 1,4 milioni di barili vengono dal Messico e altri 1,5 dal Venezuela. I tre stati che producono più petrolio in Messico - Chiapas, Campeche e Tabasco - si trovano nella regione del PPP, mentre gli altri paesi del PPP - come Guatemala, Nicaragua e Costa Rica - sono l'obiettivo di nuovi progetti petroliferi.

L'impatto delle esplorazioni petrolifere

Due semplici esempi aiutano a illustrare come le recenti attività petrolifere nella zona del Piano Puebla Panama abbiano già avuto effetti devastanti per la fauna selvatica e le comunità locali. Il piano minaccia di peggiorare questi problemi.

Negli anni '90 l'impresa statunitense Basic Resources fece delle perforazioni alla ricerca del petrolio nella zona vergine della Riserva della Biosfera Maya in Guatemala. La Banca Mondiale - attraverso la sua agenzia di prestiti imprenditoriali - la Corporacion Financiera Internacional (IFC), concesse due prestiti di più di 20 milioni di dollari l'uno a Basic Resources, in chiara violazione delle disposizioni della Banca Mondiale che richiedono uno studio esaustivo sull'impatto ambientale delle perforazioni. E questo è il risultato di anni di esplorazioni e perforazioni petrolifere nella Riserva della Biosfera Maya da parte della Basic Resources: sono state rase al suolo delle zone prima intatte di bosco umido tropicale per costruire strade, sono stati prodotti rifiuti chimici e gas velenosi, si sono contaminati l'acqua, il suolo e l'aria, si è colonizzata una zona protetta e si è generato un forte degrado ambientale e sociale.

In Messico, solo dal maggio 1999 al giugno 2000, ci sono state nove fughe di greggio dalle installazioni della PEMEX (l'impresa petrolifera nazionale). Già nel 1998 più di due mila famiglie di pescatori in Oaxaca avevano perso il loro mezzo di sussistenza, come risultato della contaminazione del fiume Coatzacoalcos col greggio.

Minaccia all'ambiente e alla salute pubblica

Il petrolio greggio è una delle sostanze più tossiche sulla Terra. Gli idrocarburi e i metalli pesanti, che fanno parte del petrolio e dei suoi derivati, provocano problemi devastanti all'ambiente e alla salute umana. Negli uomini questi componenti possono provocare diversi disturbi dermatologici, gastrointestinali, cancro, alterazioni del sistema nervoso, mettono in pericolo il sistema immunitario, creano problemi cronici ai polmoni, difetti alla nascita e sviluppo di cellule anomale.

Nell'ambiente questo tipo di contaminazione sviluppa i suoi effetti peggiori nella flora acquatica, entrando nella catena alimentare attraverso gli organismi acquatici primari e da questi arrivando fino ai mammiferi, agli uccelli non acquatici e agli esseri umani.


Dove è più probabile che proceda l'esplorazione grazie al Piano Puebla Panama?

GUATEMALA

L'unico paese centroamericano che attualmente produce petrolio, il Guatemala, si trova al centro di un'antica formazione geologica che trattiene il 75% delle riserve di petrolio note nel mondo. Nessuna delle riserve del Guatemala è stata investigata completamente. In qualche modo, almeno due imprese - WesPac Technologies Corporation e Tradestar Corporation - hanno stimato che ci siano fino a mille milioni di barili di petrolio nei 300.000 acri delle loro concessioni nel Peten, la provincia più a nord del Guatemala. Se il Piano Puebla Panama proseguirà la sua strada è molto probabile che l'esplorazione petrolifera aumenti notevolmente.

COSTA RICA

Studi preliminari della Harken Corporation promettono giacimenti sufficienti perché le imprese statunitensi ritengano produttivo perforare in cerca di petrolio vicino alla costa caraibica della Costa Rica. Gli ecologisti assicurano che qualsiasi incidente causato dal petrolio in questa zona sarebbe una sentenza di morte per molte colonie di tartarughe in pericolo, che emigrano e nidificano al largo di questa costa.

NICARAGUA

Investitori stranieri stanno sviluppando un megaprogetto di 450 milioni di dollari che consiste in un oleodotto attraverso il quale si canalizzerebbero 480 milioni di barili del greggio del Venezuela. Da Punta del Mono, nelle terre indigene dell'Atlantico, andrebbe fino a Corinto nella costa est, dove si imbarcherebbe il greggio fino agli USA. Questo oleodotto porterà poco o nessun beneficio economico al popolo nicaraguense nel lungo periodo. Ma l'impatto ambientale per la costruzione dell'oleodotto sarà terribile.

MESSICO

È ampiamente riconosciuto che il Chiapas ha enormi depositi petroliferi - secondo alcune stime fino a 3.700 milioni di barili. Molte di queste riserve si trovano vicine o direttamente sotto a comunità zapatiste e municipi autonomi. Si teme che l'esercito messicano incrementi molto presto i suoi sforzi per espellere le comunità indigene dalle loro terre, a beneficio delle imprese petrolifere.

Network in Solidariety with People of Guatemala (NISGUA), 1830 Connecticut, Ave, NW, Washington, DC.20009 EEUU, www.nisgua.org, nisgua@igc.org - Committee of Indigenous Solidariety-DC-Zapatistas, 3009 Military Rd. NW, Washington, DC 20015 EEUU cisdc@zzapp.org.


LE COMUNITÀ ALZANO LA LORO VOCE
CONTRO LE DIGHE

Monti Aguirre, IRN (USA)

Nella stessa misura con cui si incrementa lo sviluppo industriale col Piano Puebla Panama, s'incrementa anche la domanda di elettricità.

Secondo il Banco Interamericano di Sviluppo (BID), si utilizza solo l'8% del potenziale idroelettrico dell'America Centrale.
Quindi si stanno progettando nuove dighe e centrali per alimentare la macchina dello "sviluppo economico". Sia la popolazione che l'ambiente dell'America Centrale dovranno pagare un prezzo terribile per fornire alle imprese l'energia elettrica necessaria.

Il progetto idroelettrico di Boca del Cerro, piano che coinvolge Messico, Guatemala e il fiume Usumacinta, è un esempio significativo. I piani non sono ancora terminati, né son stati resi noti al pubblico, ma le comunità lungo il fiume Usumacinta temono che a causa del progetto della diga (una delle 4 progettate dal PPP per questo fiume) si inonderà fino ad un terzo dell'area del Petén, danneggiando zone di grande biodiversità e distruggendo siti archeologici.

Gli attivisti e la popolazione coinvolta hanno organizzato una conferenza in Guatemala, nel marzo del 2002, in risposta alla minaccia dell'incremento della costruzione di dighe. Questa iniziativa riunì 300 persone di tutta la regione, per condividere le proprie esperienze e appoggiarsi reciprocamente.

Le comunità si trovano spesso in condizioni di inferiorità per la scarsità di informazioni sui progetti ed i loro rappresentanti hanno detto che sono stati sistematicamente esclusi nel momento di prendere le decisioni. Cristóbal Gonzáles, un rappresentante indigeno Lenca dell'Honduras ha criticato l'occultamento che circonda il progetto della diga "El Tigre", un progetto bilaterale Honduras - El Salvador.

"Abbiamo scoperto che quel progetto danneggerebbe più di 40.000 persone, che dovrebbero abbandonare le loro terre e le tombe dei loro antenati", ci ha detto. "Questo progetto non porterà benefici alle comunità Lenca. Al contrario saremmo annientati perché per il popolo Lenca una vita senza terra non è vita. La nostra comunità comprende boschi, terre, animali e uomini. Se manca qualcuno di questi elementi l'armonia si spezza".

Nella regione alcune comunità danneggiate dalle dighe stanno ancora cercando di ottenere degli indennizzi per i danni subiti. Probabilmente il caso più noto è quello della comunità di Rio Negro, rovinata dalla diga di Chixoy in Guatemala, all'inizio degli anni '80 (costruita con prestiti concessi dalla Banca Interamericana di Sviluppo e della Banca Mondiale). Carlos Chen perse la sua famiglia quando le forze armate guatemalteche massacrarono gli abitanti di Rio Negro, nel 1982, lasciando 400 morti.

Durante il forum, Carlos ricordò ai partecipanti questa storia raccapricciante: "Avevano detto che il progetto rappresentava il progresso, ma non era un progresso per noi, per la gente povera, era per gli imprenditori. E quando abbiamo reclamato i nostri diritti ci hanno massacrato. Vogliamo sapere perché la Banca Mondiale e la BID finanziarono un progetto durante un regime militare che a noi ha causato tanto danno".

La violenza associata alle dighe continua ancora oggi. Jacobo Martinez, che vive in San Miguel, El Salvador, ha raccontato ai partecipanti del forum il tentativo di omicidio subito all'inizio dell'anno, in quanto dirigente dell'opposizione della sua comunità contro la diga El Chaparral sul fiume Torola. "Siamo completamente contro questo progetto che presuppone la dislocazione forzata, minaccia l'ambiente, porta alla distruzione culturale e alla perdita delle nostre fonti di guadagno".

I delegati del forum si sono accordati per organizzarsi localmente e regionalmente contro la Banca Interamericana per lo Sviluppo. Hanno stabilito pure di condividere le informazioni sui prossimi progetti e di considerare i finanziatori di questi progetti come responsabili dell'impatto sociale, economico e ambientale.

Mentre gli architetti del PPP pianificano di unificare la Mesoamerica al servizio delle grandi imprese, riunioni come quella in Guatemala alimentano la speranza di uno sviluppo allineato con il benessere dell'essere umano, senza distruggere la fibra comunitaria o l'ecosistema per motivi di puro lucro.

International Rivers Network (IRN), 1847 Berkeley Way, Berkeley CA 94703 EEUU - www.irn.org, info@irn.org - Pubblicato originalmente in World Rivers Review, Vol 17, Tomo 3


MILITARIZZAZIONE:
IL PPP , CON LE BUONE O CON LE CATTIVE…

Storicamente gli USA hanno esportato la loro assistenza militare nell'America Centrale, come mezzo di protezione per i propri investimenti economici e per i propri interessi geopolitici. La conseguenza di questo impegno è stata la brutale distruzione dell'attivismo di base, come è accaduto in modo chiaro nelle guerre civili del Guatemala, di El Salvador e del Nicaragua durante gli anni '80.

A causa del recente aumento della militarizzazione nella regione, i promotori locali dei diritti umani temono che azioni simili a quelle del passato possano riprendere di nuovo, questa volta contro chi si oppone al Piano Puebla Panama.

Due dispiegamenti militari attuali, che implicano il coinvolgimento militare degli USA, sono: il Piano Nuovi Orizzonti, per il quale truppe americane sono stanziate in Nicaragua, Guatemala e altri paesi dell'America Centrale pretendendo di sviluppare progetti umanitari. Il secondo è il Piano Sud, che implica la militarizzazione della zona di frontiera tra Messico e Guatemala, con la scusa di evitare l'emigrazione nell'area.

Anche in Chiapas si registra l'aumento della mobilitazione delle truppe messicane (dotate di armi statunitensi), che minacciano lo sgombero di comunità indigene come quelle ubicate nella zona della Biosfera dei Montes Azules, fra le altre.

Ancora più sconvolgenti sono le informazioni sulle truppe statunitensi situate lungo le strade individuate per la costruzione del "canale secco" in Nicaragua e sul nuovo addestramento militare di ufficiali nicaraguensi nella Scuola delle Americhe (ora chiamata Istituto dell'Emisfero Occidentale per la Cooperazione in Sicurezza), centro che ha formato alcuni militari tra i più inumani della storia dell'America Latina. Fra gli osservatori è sorto il timore che i militari addestrati dagli USA nella controguerriglia potranno essere utilizzati contro coloro che resistono al Piano Puebla Panama, usando come pretesto la "Guerra contro il terrorismo" del Presidente Gorge W. Bush.

Le imprese statunitensi hanno anche altri modi per proteggere i propri investimenti. Forze armate pagate dalle corporazioni transnazionali son riuscite a far tacere la voce degli indigeni e dei sindacati operai in Honduras, Perù e Bolivia. Osservatori dei diritti umani in Guatemala hanno denunciato il diluvio di assassini perpetrati tramite forze di sicurezza private che, fortemente armati, proteggono i trasporti o le installazioni di multinazionali come la Pepsi.

È possibile che tale violenza venga utilizzata al fine di portare a termine il progetto PPP?

NoPPP (Red de Oposicion al PPP)


MIGRAZIONE
CONSEGUENZA DELLO "SVILUPPO" STILE PPP

Macrina Cardenas, MSN (USA)

Il Piano Puebla Panama si pubblicizza come un piano di "sviluppo" che ridurrà la migrazione dal sud del Messico e dall'America Centrale agli Stati Uniti, mediante la creazione di posti di lavoro al sud della frontiera tra USA e Messico. Tenendo conto di quello che la storia ci insegna, probabilmente accadrà il contrario.

Il PPP è l'ultima di una serie di misure economiche neoliberali che sono iniziate in Messico a metà degli anni '60 e nell'America Centrale negli anni '80 e che hanno portato ad un aumento della povertà, alla riduzione dei salari e ad un'emigrazione massiccia verso gli Stati Uniti. La grande maggioranza di questa migrazione si attuò quando le scelte neoliberali ridussero le opportunità economiche della classe lavoratrice e costrinsero molti contadini ad abbandonare le proprie terre.

Il Messico è un esempio classico. I livelli di povertà e di povertà estrema si sono incrementati drammaticamente negli ultimi anni. Dall'approvazione del Trattato di Libero Commercio dell'America del Nord (TLCAN) nel 1994, la percentuale di popolazione che vive in povertà è aumentata dal 58,5% fino ad un incredibile 79%. Dal 1982 al 1996 i salari reali in Messico si sono ridotti dell'80%.

Mentre il modello neoliberista ha creato dei lavori a basso salario nelle industrie e nelle maquiladoras, circa due milioni di messicani hanno perso il posto di lavoro dal 1994. Di questi circa un milione sono in piccole e medie imprese, che non possono competere con WalMart e similari, e più e meno un milione sono in piccole e medie aziende agricole che non possono competere con le sovvenzioni concesse ai produttori negli Stati Uniti.

Queste statistiche ci raccontano la storia reale che sta dietro alle migrazioni di massa. Il modello neoliberale distrugge le opportunità economiche per la classe lavoratrice, obbligandola a guardare al nord.

Il Piano Puebla Panama promette ancor di più. I contadini si vedranno obbligati ad abbandonare le loro terre per permettere lo sviluppo dei corridoi di trasporto, di fabbriche e di agricoltura per l'esportazione. Le risorse idriche si devieranno per il consumo internazionale e boschi ed ecosistema di grande biodiversità saranno sfruttati, impoveriti e distrutti. La popolazione nativa si vedrà obbligata a cercare lavoro nei centri urbani. È sempre la stessa storia neoliberale.

Anche se non lo dice espressamente il presidente messicano Vicente Fox riconosce questo aumento dell'emigrazione quando incrementa la sicurezza militare nel sud del Messico per cercare di chiudere la frontiera sud agli emigranti dell'America Centrale. Fox ha annunciato di recente il Piano Regionale per lo Sviluppo della Frontiera Nord, che include misure di sicurezza per cercare di sbarrare anche quella frontiera.

L'emigrazione massiccia fa stragi nelle famiglie e distrugge le comunità, dato che gli immigrati senza documenti rischiano la propria vita in cerca di un lavoro decente. L'unica soluzione razionale sarebbe una completa reimpostazione dello "sviluppo", basata sulla partecipazione democratica delle popolazioni interessate e sulla produzione per il consumo regionale, non per l'esportazione.

Dobbiamo esigere: la fine di questo sviluppo neoliberale che è centrato solo sulle grandi imprese attraverso progetti come il PPP e una amnistia generale per i lavoratori immigrati clandestini che hanno dovuto andarsene dalle loro terre per colpa di questi piani.

Mexico Solidarity Network, 4834 N. Springfield, Chicago, IL 60625 EEUU www.mexicosolidarity.org, msn@mexicosolidarity.org - Fonti: La Jornada, 21 nov 2001; Alejandro Nadal, economista


ALBERI TRANSGENICI:
BIODIVERSITÀ IN PERICOLO

Brad Hash, ASEJ/ACERCA (USA)

Mentre il Piano Puebla Panama continua a imporsi sul paesaggio messicano e centroamericano, ignorando i diritti umani di base e le responsabilità ecologiche, si sta pure introducendo la poco conosciuta ma molto pericolosa minaccia degli alberi transgenici.

Alberi come il pino "radiata", la palma africana e l'eucalipto si stanno modificando geneticamente in laboratorio per ottenere delle caratteristiche che, usando le tecniche tradizionali di innesto, non si potrebbero mai ottenere. Queste qualità, insieme al ben documentato impatto delle piantagioni di questi alberi nelle comunità indigene e nei boschi nativi fanno sì che gli alberi transgenici siano il pericolo più grande per la biodiversità, dall'invenzione della sega elettrica...

A capo dello sviluppo e della ricerca sugli alberi transgenici in Messico c'è il Grupo Pulsar, una impresa internazionale con sede a Monterrey. Le sue installazioni in Tapachula, Chiapas, servono attualmente come laboratorio di ricerca del TLCAN (Trattato di Libero Commercio dell'America del Nord) per la biotecnologia arborea ed agricola nelle zone umide tropicali. Alfonso Romo, dirigente del gruppo Pulsar e anche membro della giunta consultiva del PPP, ha proposto di stanziare 750.000 acri (303.750 ettari) di piantagioni di alberi dallo stato messicano di Puebla fino all'istmo centroamericano [Romo è anche membro della tavola direttiva del Conservation International, altra ONG coinvolta nel Corridoio Biologico Mesoamericano].

Se confrontiamo questa informazione con la realtà che uno dei maggiori investitori in una parte del PPP, è l'impresa transnazionale International Paper - il maggiore proponente a livello mondiale di alberi transgenici - allora è facile vedere che tutto è pronto per introdurre questi alberi transgenici in Messico e nell'America Centrale.

Nel 1999 una relazione preparata dal World Rainforest Movement (Movimento Mondiale per i Boschi Tropicali) intitolato: "Piantagioni forestali: impatto e lotte", riportò che lo sviluppo di piantagioni di alberi non nativi nella regione è direttamente dovuto alla domanda di materie prime necessarie per l'impacchettamento dei prodotti delle fabbriche.

La relazione sottolineava: "L'acceleramento nell'attività delle maquiladoras in Messico ha prodotto un deficit enorme di carta per impacchettare, usata per i prodotti industriali destinati al mercato estero…Rispondendo alla pressione del settore industriale del paese, il governo messicano sta preparando la strada per la diffusione di piantagioni di legno da polpa in vasta scala, per poter offrire al settore industriale una fonte economica della materia prima per la produzioni di polpa di legno e carta".

Le minacce rappresentate dagli alberi transgenici sono molte, ma due in particolare rivestono una grande importanza:

  • Questi alberi hanno una resistenza interna al chimico glifosato, che permette un aumento nell'uso di disinfestanti ed erbicidi, senza pregiudicare la salute degli stessi alberi. Il glifosato è ingrediente attivo dell'erbicida chimico Roundup, dell'impresa Monsanto. L'esposizione al glifosato è dannosa per molti organismi, inclusi insetti benefici, pesci, uccelli, piccoli mammiferi, lombrichi e funghi. Questo è uno dei componenti chimici dell'Agente Naranja (Agent Orange), usato dall'USA nella guerra contro il Vietnam, ed è stato messo in relazione con: cancro, infermità di cuore, osteoporosi, malattie riproduttive e problemi respiratori, solo per menzionare alcuni dei problemi che produce.
  • Gli alberi sono manipolati per produrre un tipo di pesticida naturale, la tossina Bt, in ogni cellula, durante tutto il ciclo vitale dell'albero. Questa tossina non solo uccide gli insetti che danneggiano l'albero, ma anche gli insetti positivi e contamina le fonti di acqua. Come tutti i principali insetticidi, la tossina Bt genera una "super plaga" (insetti resistenti alla tossina), richiedendo che l'industria li "controlli" attraverso l'utilizzo di altri prodotti chimici, frequentemente ancora più mortali oltre che tossici.

Con l'avanzata incessante del PPP e l'applicazione commerciale degli alberi transgenici, le comunità indigene e l'ecosistema del Messico e dell'America Centrale affronteranno la loro sfida maggiore dalla colonizzazione spagnola.

Questa sfida richiede una resistenza faccia a faccia contro industrie potenti e governi corrotti…lottare per l'autonomia, la diversità biologica e culturale e per un futuro possibile, e dire no a un futuro creato per i soli interessi delle transnazionali.

Action for Social and Ecological Justice (ASEJ), PO Box 57, Burlington, VT 05402 EEUU, WWW.asej.org.info@asej.org


GUATEMALA:

BOSCHI TROPICALI SOTTO ATTACCO
Carlos Albacete, Tropico Verde (Guatemala)

Approssimativamente un terzo del Guatemala (circa 35.000 Km quadrati) è coperto di selva tropicale, selva che fa parte di uno dei più importanti ecosistemi del pianeta per la sua biodiversità. Il tasso di disboscamento è uno dei più alti al mondo e si perdono circa 800 km quadrati (il 2%) di bosco all'anno. Sono circa 22.000 km quadrati i boschi che si trovano oggi in area protetta. Questa è la zona boscosa più minacciata dal PPP.

La Riserva della Biosfera Maya è uno dei centri principali per i quali si vuole far passare la rete di connessione stradale ed energetica della Mesoamerica. La proposta consiste nel costruire strade, dighe, centrali e linee ad alta tensione che attraverseranno il cuore della selva, distruggendone la bellezza ed il tessuto ecologico. Quasi la metà della selva tropicale che rimane nel paese - circa 15.000 km quadrati - si troverà in forte pericolo, se questo piano andrà avanti.

Recenti studi hanno dimostrato che la costruzione di strade nella Riserva della Biosfera Maya ha avuto come conseguenza la distruzione di migliaia di ettari di bosco tropicale. Queste rilevazioni sono state fatte nella zona di Tropico Verde, ad ovest dell'area protetta, ed hanno rivelato che il disboscamento avanza senza rimedio a partire dalla strada che era stata costruita negli anni '80 per sfruttare il petrolio.

In un caso somigliante, circa il 60% del parco nazionale Laguna del Tigre è stato seriamente danneggiato dall'invasione dei trasporti conseguenti alla costruzione di una strada. Le autorità sono incapaci di porre un freno al problema e, come conseguenza, il parco nazionale ha attualmente una concentrazione di capi d'allevamento maggiore delle proprietà che si trovano al di fuori dell'area protetta.

Il bosco tropicale del Guatemala è uno dei pochi simboli che ha dimostrato la capacità di unire tutta la popolazione. Tanto gli abitanti locali quanto quelli lontani dal bosco sentono l'importanza della sua conservazione. È un'area vitale per migliaia di specie di flora e fauna, che sono vicine al limite dell'estinzione.

L'unica reazione possibile per mettere un freno a questo rischio è una decisa opposizione, nazionale e internazionale ai modelli di sviluppo, come il Piano Puebla Panama, che propongono l'arricchimento di pochi e la sparizione della natura e la distruzione delle modalità di vita delle popolazioni locali.

Trópico Verde, Vía 6 4-25 Zona 4, Edificio Castañeda, Oficina 41, Guatemala (502) 339-4225, www.tropicoverde.org, mailto@tropicoverde.org


PANAMA: I POPOLI INDIGENI E IL PPP
Tito Livio Martínez, Movimiento Juventud Kuna (Panama)

Il Piano Puebla Panama è un progetto sconosciuto ai popoli indigeni. Come molti altri, si è sviluppato alle spalle dei nostri popoli. Abbiamo una brutta esperienza di questi progetti, come è stato per la costruzione della centrale idroelettrica di Bayano (1968-1975). Da più di 30 anni questo progetto ha colpito negativamente e irreparabilmente tutti gli elementi del nostro ecosistema: acqua, terra, aria, piante, pesci, animali e anche 2.500 indigeni Kuna e Embera nei loro territori. Fertili piantagioni di cacao e caffè sono state distrutte dal progetto, in cambio di una promessa di acqua potabile, luce elettrica e di un riubicamento totale in terre vicine e ugualmente fertili. Niente di questo è successo e mentre la centrale idroelettrica rifornisce quasi tutta Panama di elettricità, noi, i più colpiti da questo progetto - noi indigeni Kuna e Embera - continuiamo ad esserne sprovvisti. Di fronte a questi fatti, durante gli ultimi 30 anni noi Popoli Indigeni abbiamo sollecitato un indennizzo ai distinti governi panamensi di turno, che non hanno risposto a queste richieste della parte lesa, e così le rivendicazioni sono arrivate fino alla Corte Interamericana dei Diritti Umani.

Negli ultimi anni noi popoli indigeni abbiamo rifiutato i progetti multimilionari che attentano alla biodiversità del nostro territorio ancestrale. È esecrabile osservare il taglio indiscriminato di alberi nella provincia di Darién da parte delle imprese transnazionali, l'occupazione aggressiva dei mercati nazionali e locali da parte delle imprese straniere e la insicurezza alimentare che ha causato le grandi migrazioni di contadini verso la Città di Panama, per la carenza di politiche nazionali a sostegno del settore rurale.

I differenti governi sono capitolati di fronte alle istituzioni internazionali di credito e hanno così o per uno sviluppo politico di fame, miseria e consegna del patrimonio nazionale a queste entità, offrendo le nostre risorse naturali come compenso, col fine di aumentare la ricchezza ed i benefici del capitale finanziario e delle grandi imprese transnazionali.

Il PPP non è che un altro progetto diretto a soddisfare questi stessi interessi del capitale internazionale, ora però proponendo una nuova colonizzazione e un nuovo sfruttamento delle nostre risorse naturali, con la scusa di promuovere gli investimenti produttivi, di creare nuovi posti di lavoro, di sviluppo sostenibile e altre falsità.

Noi popoli indigeni e settori popolari dobbiamo serrar le fila per far fronte a questa minaccia.

Movimiento Juventud Kuna, Santa Ana calle 18 este y ave. B, Ciudad de Panamá, Panamá, tel: +570-212-8470, fax: +570-633-9498, timar 93@hotmail.com


NICARAGUA:

CANALI SECCHI CONTRO COMUNITÀ
Charles Warpehoski, Nicaragua Network (USA)

Da Filadelfia a Londra, i consumatori esigono "blu jeans" e asciugacapelli a prezzi economici. Gli Stati Uniti e l'Europa soddisfano questa cupidigia verso i beni di consumo a prezzi economici, approfittando della mano d'opera economica, sopratutto proveniente dall'Asia orientale. Il problema per gli Stati Uniti e l'Europa occidentale risiede nel trasporto della merce dalle fabbriche in oriente ai loro mercati della costa atlantica.

Il Canale di Panama prima svolgeva questo ruolo, però ora non sopporta più l'alto volume di trasporto richiesto.

Così s'introduce il Piano Puebla Panama. Una componente chiave del PPP è la costruzione di corridoi di trasporto est-ovest come alternativa al canale di Panama. Si propongono almeno cinque di questi corridoi o "canali secchi" al largo dell'istmo dell'America Centrale, includendo il Messico meridionale (Oaxaca), Honduras e El Salvador e fino a tre proposte distinte sono in gioco in Nicaragua.

Quello che chiamiamo "canale secco" è un sistema di ferrovie ad alta velocità per trasporto merci, a volte congiunto con un sistema di interconnessione stradali, con porti ad ogni terminale. Mentre i promotori di questi canali secchi promettono lavoro e sviluppo economico, in quasi tutti i casi è più probabile che porteranno alla distruzione dell'ambiente, violando i diritti umani degli indigeni e portando pochi posti di lavoro nuovi.

Per esempio, in Nicaragua esistono due proposte distinte per la RAAS (Regione Autonoma Atlantico del Sud), promosse dalle imprese statunitensi CINN e SIT Global. Le proposte includono una via di 150 metri di larghezza che creerebbe una barriera insuperabile per la migrazione di puma, giaguari e altri animali che usano l'istmo di Panama come percorso migratorio nord-sud.

Il taglio dei boschi che la costruzione della via richiederebbe avverrebbe proprio dove la selva nicaraguense è già molto minacciata e pertanto dove il bosco che rimane è ancor più prezioso.

Questi canali apriranno il passo verso le zone forestali, provocando la colonizzazione da parte di famiglie sfollate ed aumentando la pressione sugli ecosistemi locali. Un numero così sempre crescente di nicaraguensi alla ricerca di legna, materiali da costruzione e carne da mangiare, significherebbe sicuramente un colpo mortale per grandi settori della selva del Nicaragua.

Se le argomentazioni contro il "canale secco" dal punto di vista dell'ambiente sono contundenti, gli effetti sulle comunità indigene e afro-nicaraguensi potrebbero essere devastatori. Secondo la Costituzione del Nicaragua e lo Statuto di Autonomia della Costa Atlantica, le terre tradizionali delle comunità indigene ed etniche sono terre comunali protette che non possono essere né comprate né vendute.

Anche se la Costituzione protegge le terre indigene, non ne ha stabilito la demarcazione per concedere i titoli comunali. Senza questo passaggio cruciale, le promesse costituzionali e della legge d'autonomia non sono altro che parole scritte su un pezzo di carta.

Nell'affanno di realizzare il loro megaprogetto, i promotori del canale secco desiderano "comprare" terre che per legge appartengono ai popoli indigeni. Chiaramente sono disposti non solo a mancare di rispetto alla Costituzione del paese, ma anche alla popolazione indigena che vive nel suo territorio ancestrale.

In una recente riunione con le comunità indigene e afronicaraguensi colpite, un rappresentante di uno dei consorzi che si propone di costruire una ferrovia interoceanica, ha dichiarato che il progetto comincerà "con o senza la demarcazione" della terra indigena.

Le comunità indigene ed etniche si oppongono a questa indifferenza ai loro diritti sulla terra. Nella stessa riunione un leader indigeno della comunità ha dichiarato: "Dire che il progetto si realizzerà con o senza la demarcazione è uno scandalo… Se non abbiamo la demarcazione, non possiamo dire che il progetto continuerà". I gruppi di solidarietà del nord devono appoggiare queste rivendicazioni per il diritto alla nostra terra ed alla autonomia.

Nicaragua Network (NicaNet), 1247 E St, SE, Washington, DC 20003 USA, +1(202)544-9355, www.nicanet.org, nicanet@afgj.org


APPELLO ALL'AZIONE
Gustavo Castro Soto, CIEPAC (Mexico)

Le imprese transnazionali e i loro investitori hanno un solo obiettivo: quello di aumentare i loro guadagni. Per questo individuano sempre nuovi metodi di accesso alla materia prima, alla mano d'opera più economica ed a nuovi mercati. Hanno in mano un'arma poderosa e letale: l'enorme debito accumulato che pesa sui paesi del Sud, i quali hanno pagato già molte volte il debito originariamente contratto.

Milioni di dollari fuggono annualmente dal sud verso il nord andando ad arricchire i paesi del G8, i paesi più ricchi e industrializzati del mondo, dove risiedono le imprese transnazionali più potenti. Un debito schiavizzante, immorale e impagabile ha dato la possibilità a quello che hanno fatto il prestito d'imporre le loro condizioni, condizioni che comprendono il PPP, ad es.

I grandi capitalisti sperano, col PPP di diminuire i costi di trasporto, di mano d'opera e di liberarsi di altri costi di produzione (dogane, imposte, leggi, regolamenti, ecc.), ricercando canali diretti dalle regioni a tutti i mercati del mondo, per così garantire l'accesso degli Stati Uniti sia alle principali fonti di energia (petrolio, gas, uranio, energia idroelettrica) sia alle materie prime (legno, acqua, minerali e biodiversità).

Inoltre, 64 milioni di abitanti, 27 nel sud sudest messicano e 37 nell'America Centrale, in maggioranza in condizioni di povertà, rappresentano una mano d'opera economica "competitiva" che oscilla dai 25 ai 50 centesimi di dollaro per un'ora di lavoro. I governi indebitati hanno aperto quasi totalmente le loro frontiere e hanno stabilito molteplici ponti con altre regioni del mondo per facilitare il commercio e le transazioni, chiamandoli "trattati di libero commercio".

Incombe sulla regione la minaccia di un altro spietato saccheggio perpetrato dall'ambizione del capitale, che incontra ora un grande ostacolo: le terre dove si trova la ricchezza che agogna e a cui ambisce, non gli appartiene. Si trovano sotto i piedi di popoli indigeni e contadini, i poveri del Continente. L'espulsione del contadino è allora una soluzione immediata.

Il PPP pretende di usare la calamita per tirare e trascinare il contadino in ciò che chiama "sviluppo", nelle città modello o pilota, dove promette di offrirgli la soddisfazione dei suoi diritti umani, una buona salute, l'educazione, un buon posto di lavoro con un buon salario, quello delle infami maquiladoras. E sono queste le industrie che hanno ottenuto i maggiori vantaggi comparativi, senza rispettare i diritti del lavoro, senza indennizzare, né pagare imposte né dogane, facendo lavorare bambini e minorenni, o donne che sono sfruttate con più lavoro e meno salario.

Ironicamente, chi pagherà per tutto questo saranno gli stessi cittadini poveri della regione, che saranno sfollati, che - con le tasse - pagheranno questa infrastruttura nella misura in cui i governi della regione s'indebiteranno con la Banca Interamericana di Sviluppo (BID), che ha destinato inizialmente 4 mila milioni di dollari.

Questa infrastruttura che richiede una nuova tappa colonialista e depredatrice dovrà nuovamente passare sulla terra e sul sangue indigeno e contadino, sopra alle lotte di resistenza che non desistono. Progetti di altre autostrade, altre dighe, corridoi industriali e altri megaprogetti stanno già mietendo vite umane ed espellendo i popoli dalle loro terre, provocando distruzioni di foreste e impatti ambientali irreversibili.

Il PPP è una espressione regionale del modello economico neoliberale che pretende di "liberare" i governi dal loro ruolo di direzione dell'economia e dalle loro responsabilità sociali. Di "liberare" le grandi imprese dalle loro responsabilità ecologiche e dal rispetto dei diritti umani dei lavoratori e dei popoli indios. Di "liberare" i grandi capitali dalla cooperazione per lo sviluppo, dal pagamento di imposte e dalla ripartizione della ricchezza. Ma la responsabilità di questo abuso di potere cade su tutti i cittadini del mondo, dei cinque continenti.

È possibile un altro mondo dove esistano tanti mondi, perché nessun modello è mai stato eterno. È possibile che la ricchezza sia alla portata di tutti. È possibile fare un mondo includente e senza razzismi, dove la pace, la democrazia, la giustizia, lo sviluppo, le eque relazioni di genere ed il rispetto dell'ambiente possano danzare mano nella mano, facendo un unico progetto basato sulla diversità delle culture, delle razze e delle lingue. È responsabilità di tutti cercare e trovare alternative. Nel Sud le alleanze, le resistenze e le alternative stanno già costruendo speranze. Il cuore è aperto per i popoli del Nord.

Centro de Investigaciones Economicas y politicas de Acción Comunitaria (CIEPAC), Eje Vial Uno, N.11, Col. Jardines de Vista Hermosa, 29297 San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, México, tel: +1(52)967-678-5832, www.ciepac.org, ciepac(a)laneta.apc.org

(tradotto dal Comitato Chiapas "Maribel" - Bergamo e da Giada - goldenfire(a)tiscali.it edizione a cura del Comitato Chiapas di Torino)

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